Mentre oggi i ragazzini litigano su TikTok per i 60 frame al secondo e il ray tracing delle ultime console, chi è cresciuto negli anni ’90 e 2000 ricorda un’era decisamente più… sportiva.
Un’era in cui andavi al mercato rionale con la mamma per comprare due paia di calzini e tornavi a casa con una console Nintendo, o almeno con qualcosa che nella testa di tua zia le somigliava tantissimo ma che poi quando si apriva sapeva proprio di plasticaccia cinese di bassissima fattura.
Benvenuti nel magico, rumoroso e plasticoso mondo dei FAMICLONE!
Il termine Famiclone (o Famicom clone) è una parola macedonia nata dalla fusione di due termini: Famicom (il nome originale giapponese del NES) e Clone.
Viene utilizzato dalla comunità di appassionati, storici del retrogaming e collezionisti per identificare qualsiasi console non autorizzata (hardware pirata) prodotta per far girare i giochi dedicati al Nintendo Entertainment System (NES) e al Famicom.
Perché si usa proprio la parola “Famicom” e non “NES”?
Anche se in Occidente quella console la chiamiamo quasi tutti NES (Nintendo Entertainment System), nel resto del mondo il termine guida è sempre stato Famicom (Family Computer), ossia il nome con cui la macchina fu lanciata in Giappone nel 1983.
Ci sono tre motivi principali per cui si dice Famiclone e non NESclone:
- L’architettura interna usata dai pirati: Il NES americano ed europeo aveva una scocca grigia a forma di videoregistratore e uno slot per cartucce a 72 pin. Il Famicom giapponese, invece, usava cartucce più piccole a 60 pin. La stragrande maggioranza delle schede madri e delle componenti riprodotte dai produttori di cloni in Asia (Taiwan, Cina, Hong Kong) era basata sul circuito integrato del Famicom originale a 60 pin.
- Il mercato di riferimento: La vendita dei cloni è esplosa in mercati in cui Nintendo non distribuiva ufficialmente i suoi prodotti o dove i prezzi originali erano inaccessibili (Asia, Sudamerica, Europa dell’Est, Medio Oriente). In quasi tutte queste regioni, il punto di riferimento culturale era il design giapponese del Famicom, non quello occidentale del NES.
- Comodità linguistica: “Famiclone” è un termine orecchiabile, immediato e foneticamente perfetto che è diventato uno standard nella storiografia dei videogiochi.
Come sono nati tecnicamente i Famiclone?
Nei primi anni ’80, produrre un clone richiedeva schede madri enormi piene di chip e microprocessori saldati singolarmente per copiare il funzionamento dell’hardware Nintendo.
La vera svolta che ha dato vita all’era d’oro dei Famiclone si chiama NOAC (NES-On-A-Chip):
- Verso la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, ingegneri e produttori asiatici sono riusciti a compattare l’intero hardware del Famicom (CPU, chip grafico, gestione audio) all’interno di un unico, minuscolo circuito integrato.
- Con il chip NOAC, produrre una console costava pochissimi centesimi. Bastava saldare quel singolo chip su una piastra di plastica economica, aggiungere due controller, uno slot per le cartucce e una scocca di plastica riciclata.
Grazie alla tecnologia NOAC sono nati migliaia di Famiclone dalle forme più disparate: dalle copie del Famicom originale (come il Dendy o il Micro Genius) ai finti cloni di console di generazioni successive (come il PolyStation a forma di PS1 o i Famiclone integrati direttamente dentro la sagoma dei joypad).
Il PolyStation: la regina incontrastata dei famiclone, l’inception del depistaggio genitoriale

Se esistesse un Museo della Pirateria Pop, al centro della sala principale ci sarebbe lei: la PolyStation.
La PolyStation rappresenta il vertice assoluto del depistaggio nei confronti dei nonni incauti. La scatola prometteva la grafica del futuro, il design era la copia carbone della prima Sony PlayStation (grigia, tondeggiante, col coperchio per il CD)… ma premendo il tasto Open, accadeva la magia.
Niente lettore laser per CD-ROM: sotto il coperchio si nascondeva uno slot per le cartucce del NES.
Un involucro da PS1, che faceva girare i giochi degli anni ’80, venduto a un prezzo irrisorio. Il controller era di una plastica così sottile e leggerina che, se si sudava troppo giocando a Track & Field, rischiava di squagliarsi direttamente tra le dita.
Il Dendy: la console bootleg che salvò (e conquistò) la Russia

Se noi in Italia avevamo il mercato rionale e i negozi di importazione cinesissima, nell’Europa dell’Est la pirateria delle console diventò un vero e proprio fenomeno di stato. Il re indiscusso di questa rivoluzione si chiamava Dendy.
Nato nel 1992 dall’idea della società russa Steepler, il Dendy era un clone taiwanese del NES (basato sul Famicom) con una peculiarità unica: aveva un marchio registrato, una campagna pubblicitaria televisiva martellante (“Dendy, Dendy, tutti amano Dendy!“) e persino un’adorabile mascotte, un elefantino grigio firmato da un animatore professionista.
Poiché Nintendo aveva storicamente ignorato il mercato post-sovietico, il Dendy divenne sinonimo stesso di videogioco per milioni di bambini. Aveva persino un suo programma TV dedicato! La cosa più surreale? Quando Nintendo arrivò finalmente in Russia, anziché fare causa, strinse un accordo con Steepler per distribuire lo SNES originale, lasciando che il Dendy continuasse a vendere milioni di pezzi 8-bit in totale tranquillità.
Micro Genius e le “console da famiglia”

Prima del PolyStation c’è stato il vero pioniere del mercato parallelo: il Micro Genius (da cui nacque proprio il Dendy), insieme ai suoi fratelli come il Familgame, il Creation o il Terminator 2.
La particolarità di queste console?
- I cavi dei joypad corti 12 centimetri: ti costringevano a giocare incollatissimo al televisore a tubo catodico, arrostendoti le retine a 50Hz.
- I controller con la modalità TURBO: due tasti in più che riproducevano la pressione ultra-rapida. In pratica, il cheat hardware per non farsi venire i crampi su Galaga.
- Pistole ottiche “fuorilegge”: la Zapper ufficiale Nintendo sembrava un giocattolo spaziale bianco e arancione; i cloni ti davano in dotazione repliche di beretta in plastica nera che oggi farebbero scattare un blitz della polizia in tre secondi.
L’Era SNES: Super console contro i pirati?! Sni
Quando l’era 16-bit del Super Nintendo prese il sopravvento, clonare l’hardware diventò un incubo: il chip Super FX e le protezioni interne rendevano la vita difficile ai pirati!
Architettura complessa e chip ausiliari nei giochi
Mentre l’hardware a 8-bit del NES era relativamente elementare e facile da integrare in un unico chip economico (il famoso sistema NOAC – NES On A Chip), lo SNES utilizzava architetture avanzate. Molti dei titoli più famosi dello SNES non si affidavano soltanto all’hardware interno della console, ma contenevano chip aggiuntivi integrati direttamente nelle cartucce (come il celebre Super FX di Star Fox, il DSP-1 di Super Mario Kart o il SA-1). Un clone dello SNES non doveva solo riprodurre la console madre, ma doveva supportare tutti questi coprocessori proprietari: se il clone non era perfetto, metà del catalogo semplicemente non si avviava.
In più Nintendo ha introdusse nello SNES un chip di controllo molto più rigoroso (il chip di blocco regionale e di autenticazione Lockout CIC). Superare e bypassare questo blocco per far girare le cartucce senza incorrere in continui schermate nere o blocchi di sicurezza richiedeva soluzioni ingegneristiche laboriose per i produttori di bootleg.
La scadenza dei brevetti originali Nintendo nei primi anni 2000 ha trasformato radicalmente il fenomeno dei Famiclone, segnando il passaggio da un’economia di “pirateria underground” a un vero e proprio settore commerciale legale.
La svolta legale: Il brevetto scade (2003 – 2005)
I brevetti hardware sul Famicom (depositati in Giappone nel 1983) sono scaduti intorno al 2003. Poco dopo, tra il 2005 e il 2007, sono scaduti anche i brevetti statunitensi ed europei sul NES, inclusi quelli sul celebre chip di blocco regionale (il 10NES).
Questo evento giuridico ha ridefinito il settore:
- Fabbricare l’hardware non era più illegale: Riprodurre la circuiteria interna del NES a 8-bit era diventato di pubblico dominio.
- Il confine del Copyright: Rimanevano illegali l’uso dei marchi registrati (come il nome “NES” o “Nintendo”), del logo, dei design estetici protetti da copyright e, soprattutto, l’inclusione di ROM e giochi pirata non autorizzati.
Nascono i marchi legali di “Retrogaming”
Con il venir meno del rischio di cause da parte di Nintendo, le aziende di elettronica non dovevano più nascondersi dietro i banchi dei mercatini. Sono nate così aziende regolari – principalmente negli Stati Uniti e in Asia – specializzate nella produzione di console da retrogaming con licenza regolare e garanzia.

Tra i brand principali di questa nuova era troviamo:
- Hyperkin: Famosa per la serie Retron (dal Retron 1 dedicato al NES fino alle versioni multi-console).
- Yobo Gameware / Cyber Gadget: Hanno inondato il mercato giapponese e americano di Famiclone legali.
- Messiah Entertainment: Nel 2005 ha lanciato la Generation NEX, una delle prime console trasparenti e sofisticate nate appositamente per far girare sia le cartucce NES occidentali che quelle Famicom giapponesi.
Queste console venivano vendute su Amazon, GameStop e nei grandi negozi di elettronica in confezioni ufficiali.
L’evoluzione tecnologica: Da NOAC ad FPGA
I Famiclone post-brevetti si sono evoluti attraverso tre distinte fasi tecnologiche:
Phase 1: Il perfezionamento del NOAC (NES-On-A-Chip)
Nei primi anni 2000, le console continuavano a usare i chip NOAC creati negli anni ’90. Tuttavia, per renderle appetibili su TV moderne, sono stati introdotti uscite AV sdoppiate, connessioni S-Video e adattatori dual-slot (per inserire sia cartucce a 60 pin che a 72 pin senza bisogno di adattatori esterni).
Phase 2: Le Console “Multi-In-One”
Senza la paura delle cause legali per l’hardware, le aziende hanno iniziato a unire i vecchi brevetti decaduti. Sono nate le console Twin e Combo (come la Retron 3 o la Retro Duo), capaci di far girare nello stesso chassis cartucce NES, Super Nintendo e Sega Mega Drive.
Phase 3: L’era moderna dell’FPGA e dell’HD
L’evoluzione più recente e raffinata dei cloni legali è la tecnologia FPGA (Field-Programmable Gate Array).
Anziché “emulare” il sistema via software con bug o problemi audio (tipici dei vecchi NOAC), i chip FPGA riproducono a livello elettrico il comportamento esatto dei processori originali Ricoh del NES.
Il simbolo di questa era è l’Analogue Nt (e Analogue Nt Mini): console di fascia altissima in alluminio, con uscita HDMI a 1080p, ritardo di input pari a zero e compatibilità al 100% con le cartucce e gli accessori dell’epoca.
Cosa è cambiato rispetto ai cloni anni ’90?
| Caratteristica | Famiclone Anni ’90 (Pre-Brevetti) | Famiclone Post-Brevetti (Anni 2000+) |
| Legalità | Totalmente illegali/Pirati | Hardware 100% Legale |
| Punto vendita | Mercatini rionali, fiere, sottobanco | Amazon, catene retail, store ufficiali |
| Libreria giochi | Cartucce pirata “9999-in-1” incluse | Nessun gioco incluso (leggi le tue cartucce originali) |
| Qualità e Output | Cavi corti, RF/Composito scadente | Cavi lunghi, pad wireless, HDMI e 4K/1080p |
| Target | Famiglie a basso budget | Collezionisti e appassionati di retrogaming |
Ed oggi?!
Oggi l’emulazione è perfetta, le console mini ufficiali Nintendo sono gioiellini da collezione e con uno smartphone possiamo giocare a qualsiasi cosa.
Eppure, c’è qualcosa di nostalgico e poetico nel ricordo di quelle scatolacce grigie e nere con i cavi troppo corti viste alle giostre come premio dello sparo con fucile ad aria o su una bancarella scricchiolante al mercato della Domenica. Ci hanno insegnato la pazienza, ci hanno fatto soffiare dentro centinaia di cartucce (anche se non serviva a niente) e, soprattutto, hanno permesso a milioni di ragazzini di giocare anche quando il budget familiare non prevedeva i prezzi ufficiali Nintendo.
E voi? Quale console dai nomi improbabili avevate sotto il tubo catodico?

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