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12 Febbraio 2026
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Zelda II: The Adventure of Link: è davvero così brutto o eravamo troppo piccoli?

L’aspettativa tradita

Quando pensiamo ai sequel, soprattutto da bambini, pensiamo a una cosa semplice: di più.
Più mondo, più nemici, più avventura. Dopo il primo Zelda, l’idea di tornare a Hyrule sembrava naturale, quasi dovuta. Ci aspettavamo di rimettere piede in un mondo familiare, con qualche sorpresa in più.

E invece no.

Zelda II: The Adventure of Link si presenta fin da subito come qualcosa di alieno. La mappa non è più un mondo da esplorare liberamente, ma una sorta di tabellone. I combattimenti non sono più visti dall’alto, ma diventano livelli a scorrimento laterale. Tutto è diverso. Tutto è spiazzante.

Non c’è nemmeno il tempo di ambientarsi: capisci subito che questo non è “un altro Zelda”.
È un altro gioco.

Col senno di poi, Zelda II è una dichiarazione d’intenti chiarissima.
Nintendo, quando un’idea funziona, raramente sceglie la strada più comoda. Non ama replicare, ama mettere in discussione.

Invece di costruire un seguito rassicurante, Nintendo decide di stravolgere tutto: struttura, ritmo, genere. Inserisce elementi da RPG, un sistema di esperienza, combattimenti più tecnici, una progressione più complessa. È una scelta che oggi possiamo leggere come profondamente coerente con la filosofia Nintendo: sperimentare, anche a costo di sbagliare.

Ed è una filosofia che nel tempo ha prodotto sia fallimenti evidenti, sia rivoluzioni che hanno cambiato per sempre l’industria videoludica.

Zelda II: The Adventure of Link come esperimento

Sulla carta, Zelda II è affascinante.
Unisce l’universo di Zelda a una struttura più profonda, quasi ruolistica. Link sale di livello, migliora statistiche, affronta nemici che richiedono tempismo e precisione.

L’idea di alternare esplorazione e livelli d’azione era ambiziosa. Nintendo stava cercando qualcosa di nuovo, qualcosa che non esisteva ancora davvero su console.

Il problema è che l’esperimento non riesce a trovare un equilibrio.
Le idee sono tante, ma non dialogano bene tra loro. Il gioco sembra spesso combattuto tra ciò che vuole essere e ciò che riesce a essere.

Eppure, nonostante tutto, Zelda II merita rispetto.

È il frutto di una Nintendo che non aveva paura di sbagliare, di rischiare il capitale simbolico di una nuova saga pur di esplorare strade diverse. È un errore sincero, nato da ambizione e curiosità, non da cinismo o pigrizia.

Da Zelda II Nintendo ha imparato cosa funzionava davvero in Zelda, e cosa no.
Senza questo passo falso, forse non avremmo avuto la maturità progettuale dei capitoli successivi.

Un brutto gioco, ma un bellissimo errore

Zelda II è un gioco brutto.
È invecchiato male.
Ed era problematico già all’epoca.

Ma è anche la testimonianza di un’epoca in cui Nintendo sperimentava senza paracadute, pronta a cadere pur di provare a volare. Un’epoca in cui il sequel non era un prodotto, ma una domanda.

Forse non è un gioco da amare.
Ma è sicuramente un gioco da ricordare.

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